85 anni fa moriva a Napoli l’illustre nasitano On. avv. Francesco Lo Sardo

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All’ illustre cittadino di Naso, Onorevole Avv. Francesco Lo Sardo, primo comunista siciliano ad accedere alla camera dei deputati, è dedicata una sala museo nella struttura restaurata del Convento dei Frati Minori Osservanti, situato sul colle che precede l’altura del centro storico di Naso. Il complesso, adibito a centro culturale polivalente, accoglie il museo nella prima sala presso l’entrata, dove sono esposti i mobili dello studio legale a Roma, in pregevole stile tardo Cinquecento, che ben si armonizza con l’ architettura conventuale. L’arredo dello studio romano è presentato in veste di allestimento museale e comprende vari ritratti del personaggio e degli uomini illustri a lui legati da militanza e da amicizia, nonché elementi che ne delineano per cenni essenziali la biografia, l’azione politica e il giudizio dei posteri.

Nato a Naso il 22 maggio 1871 da famiglia benestante, Francesco Lo Sardo, nel 1883 fu avviato agli studi teologici nel seminario vescovile di Patti, ma presto lasciò l’ambiente ecclesiastico per proseguire gli studi nelle scuole pubbliche a Messina. Nel 1886, insieme all’amico Giovanni Noè, fondò il primo circolo anarchico messinese intitolato ad Amilcare Cipriani divenendo attivo collaboratore del periodico anarchico-socialista Il Riscatto. In quegli anni spiravano i venti dei Fasci siciliani che lo cooptarono operosamente: divenne, infatti, il promotore del Primo Fascio Operaio Nasitano, per cui fu classificato sovversivo ed a soli ventitré anni destinato al domicilio coatto nelle isole Tremiti.

Nel 1894, conseguì la laurea in giurisprudenza, ma la sua attività di propaganda sovversiva non cessò, per cui nel 1898, fu nuovamente arrestato. A questa ulteriore avventura coatta, seguì un periodo di permanenza a Napoli, dove esercitò la professione forense e si costruì una famiglia. Ritornò a Messina a trentadue anni con moglie e figlio ed in quegli anni, meditò, persuadendosene che l’anarchismo portava inevitabilmente alla semplice aggressione o ammutinamento dei contadini verso guardie o collettori, senza intaccare minimamente coloro che realmente detenevano il potere o come meglio Lui stesso riassumeva: …addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata. Così trasmigrò su posizioni socialiste più organizzate.

L’anno del terremoto, il 1908, mutilò ferocemente Francesco Lo Sardo, molti amici caddero sotto le macerie di una Messina rasa al suolo, ma quel che più grave, fu superstite all’unico figlio appena dodicenne. Cessata la bufera della Grande Guerra, fu in testa alle occupazioni delle terre incolte da parte dei contadini e padre della locale Camera confederale del lavoro. Dopo una lunga militanza nel Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Comunista nel 1921 e, nel 1924, fece ingresso alla Camera dei deputati quale primo siciliano comunista, votato da oltre diecimila elettori. Agli inizi del ventennio il deputato Lo Sardo è sicuramente inviso al nuovo governo, che lo tiene in particolare attenzione fino al suo arresto dell’8 novembre 1926, seguito alla sua adesione alle tesi direttive del congresso di Lione. Il suo peregrinare carcerario lo portò da Messina a Turi, dove spartì la vita coatta con Antonio Gramsci. Malato, si ostinò a non chiedere nulla, anzi a chi suggeriva di chiedere la grazia, rispondeva: “Hanno voluto la carne e si prenderanno anche le ossa. Io non firmo”. Trasferito nel carcere di Poggioreale, trovò la morte il 30 maggio 1931.

Sulla vita e l’opera di Francesco Lo Sardo, e sulle sue fierissime difese davanti al Tribunale Speciale, il nipote Francesco Lo Sardo Jr. ha pubblicato un libro, intitolato “Nessuno lo dimentichi”, Edizioni del Paniere via Cattaneo 27 Verona, 1982. Il titolo è parte dell’epigrafe dettata per la sua tomba da Concetto Marchesi: Vitae suae non fidei oblitus/obliviscendus nulli – Della sua vita dimentico non della sua fede/nessuno lo dimentichi. Degna di particolare menzione è la risposta che egli dette al presidente del Tribunale Speciale che lo interrompeva durante le sue dichiarazioni finali, prima della sentenza di condanna che ne decretò la morte in carcere: “A nome di tutto il gruppo degli imputati siciliani, dichiaro che noi siamo fieri di essere processati per la nostra attività comunista. Questo processo dimostra che i lavoratori del mezzogiorno non sono secondi a quelli del settentrione nella lotta contro il fascismo”; e insistendo il presidente perché concludesse: “Almeno mi sia concesso di dire che sono orgoglioso di essere processato perché comunista, che sono orgoglioso di portare dinanzi a questo tribunale trenta anni di attività politica spesa al servizio dei lavoratori dell’Italia meridionale”.

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